Domenico Riccio

cittadino dello antico et populare stato di Lucca

Noviembre, 2006

 

Giornata internazionale del disabile (di Domenico Riccio)

 
 
 

I martiri di Nassiriya (di Domenico Riccio)

Il 12 novembre 2003, alle ore 8,40 italiane, un camion carico diesplosivo salta in aria dinanzi alla caserma che ospita ilcontingente italiano a Nassiriya, devastando la palazzina che èavvolta dalle fiamme. Perdono la vita 19 italiani: 12 carabinieri,5 soldati, 2 civili italiani, e 8 iracheni. I feriti sono numerosi.L’atto terroristico è firmato da Al Qaeda.

“Tutti gli italiani – dichiarail Presidente della Repubblica Carlo Azelio Ciampi - sono strettiintorno alle loro forze armate e alle famiglie dei caduti: soldati,Carabinieri, civili. Da decenni l’Italia è impegnata in missionidi pace nelle più varie parti del mondo, missioni segnate dastragi e da morti. Non daremo tregua ai responsabili di questoorrendo attentato. La lotta al terrorismo è una priorit per tuttii popoli”.

“Sono orgoglioso per il coraggio el’umanit dei nostri soldati”, aggiunge il Presidente delConsiglio Silvio Berlusconi.

Cesare Salvi, Vicepresidente delSenato, sospende la seduta e esprime a nome del Presidente MarcelloPera “il dolore più pieno e la totale adesione, al di l dellediverse posizioni su questo specifico tema, ai familiari dellevittime e all’Arma dei Carabinieri”.

Anche Pierferdinando Casini,Presidente della Camera, sospende i lavori.

Parole di cordoglio arrivano dalpresidente dell’Onu, da molti governi stranieri, da tutti ipartiti italiani e dall’Unione delle comunit islamiche inItalia.

“Sono caduti per un ideale,sognavano di portare la pace in Iraq – dice Tiziana Montalto,vedova del maresciallo Alfio Ragazzi. – Sono sicura che di lassùci guarda contento. Sono orgogliosa di mio marito”.

Ai funerali del 18 novembre, ilpopolo italiano, commosso, si stringe intorno alle vittime,riscoprendo il valore della solidariet nazionale, la riconoscenzaper i nostri caduti in missione di pace e l’orgoglio di essereitaliani.

“La nostra vita è tutta quidentro – afferma Margherita Caruso, vedova del vicebrigadiereGiuseppe Coletta, indicando il vangelo. – Fu detto – aggiungeleggendo un brano di San Matteo – amerai il tuo prossimo eodierai il nemico. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregateper i vostri persecutori, perché siete figli del Padre vostroceleste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buonie fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti. Infatti, se amatequelli che vi amano, che merito avete? Non fanno così anche ipubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, checosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Siatedunque perfetti, come è perfetto il vostro Padre celeste”.

"La sposa di uno dei caduti – dicenell’omelia il cardinale Ruini, - dopo aver letto il brano delVangelo nel quale Gesù ci invita ad amare anche i nostri nemici,ci ha detto con semplicit che di quella parola di Gesù lei e suomarito avevano fatto la regola della propria vita. E' questo ilgrande tesoro che non dobbiamo lasciar strappare dalle nostrecoscienze e dai nostri cuori, nemmeno da parte di terroristiassassini. Non fuggiremo davanti a loro, anzi, li fronteggeremo contutto il coraggio, l'energia e la determinazione di cui siamocapaci. Ma non li odieremo".

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A Marano di Napoli, il sindaco,esponente del partito dei comunisti italiani cancella “viaMartiri di Nassiriya”, istituita in precedenza dal commissarioprefettizio.

I padri comboniani baresi sichiedono se sia giusto dare la comunione ai soldati italiani inIraq che si sono arruolati volontari per una guerra criminale.

In alcuni cortei di pacifisti sigrida: “dieci, cento, mille Nassiriya”.

Al congresso dei Verdi diquest’anno Pecoraro Scanio dichiara: “Se al governo ci fossimostati noi, quelle vittime non ci sarebbero state”.

12 novembre 2006

 
 
 

Giorno (dimenticato) della libertà

Sono indignato!
La giornata della libertà, istituita per oggi 9 novembre in ricordo della caduta del muro di Berlino di diciassette anni fa, non è stata celebrata. Non lo hanno fatto le istituzioni: governo, regione, provincia e comune;non lo hanno fatto le scuole, e non mi risulta neanche un messaggio, sempre pronto per ogni altra circostanza, del Presidente della Repubblica. Eppure la ricorrenza è stata sancita da una legge della Repubblica, la n. 61 del 15 aprile 2005, e sarebbe fatto obbligo a chiunque di rispettarla.
“La Repubblica italiana dichiara il 9 novembre “Giorno della libertà” – dice testualmente la legge nel suo unico articolo, - quale ricorrenza dell’abbattimento del muro di Berlino, evento simbolo per la liberazione di paesi oppressi e auspicio di democrazia per le popolazioni tuttora soggette al totalitarismo. In occasione del “Giorno della libertà”, di cui al comma 1 – aggiunge con chiarezza, - vengono annualmente organizzati cerimonie commemorative ufficiali e momenti di approfondimento nelle scuole che illustrino il valore della democrazia e della libertà evidenziando obiettivamente gli effetti nefasti dei totalitarismi passati e presenti”.
E’ l’ennesima dimostrazione, se mai ce ne fosse bisogno, che la sinistra italiana, che oggi occupa tutte le istituzioni e già da alcuni decenni si è impadronita delle scuole, non è affatto cambiata: qualunque cosa (celebrazioni, ricorrenze, libri, storia, film ecc.) faccia riferimento a misfatti comunisti deve essere osteggiata o almeno ignorata. E’ accaduto per i Gulag e le Foibe, simboli dei massacri comunisti, accade oggi per la caduta del muro di Berlino, simbolo del trionfo della libertà sulla vergogna comunista. Non a caso la legge 61, che pure non nomina il comunismo ed auspica la democrazia per tutte le popolazioni, in parlamento non è stata votata dalla sinistra, che evidentemente vuol continuare a vivere di menzogna, della “grande bugia”, come la definisce Giampaolo Pansa.
Nel giorno in cui si ricorda la fine dell’oppressione sovietica, che doveva sancire la morte del comunismo, dobbiamo prendere atto che il comunismo non è finito. Non è finito nel mondo, essendo ancora operante in parecchie nazioni (Cina, Cuba, Vietnam, Corea del Nord ed in altri paesi minori);ma non è finito neanche in Italia, perché esso sopravvive nelle menti di quei “compagni” che, pur avendo cambiato nome (non tutti), vedono solo rosso, non vogliono la pacificazione e, nei fatti e a tutti i livelli, continuano ad e
 
 
 

Lucio III papa

 Papa Lucio III, lucchese (di Domenico Riccio)

 
L’antica e nobile città di Lucca ha avuto anche l’onore di vedere un proprio cittadino ascendere fino al soglio pontificio. E’ accaduto otto secoli fa con Ubaldo degli Allucingoli, che divenne papa col nome di Lucio III.
        Lo ricorda un marmo apposto sulla facciata rinascimentale del palazzo Burlamacchi, edificato in centro storico, accanto al palazzo Bernardini, sulla casa medievale degli Allucingoli, sul quale c’è scritto: “Magione e torre degli Allucingoli donde Lucio III Pontefice”. E non a caso l’attuale piazza del Suffragio, che si trova sul retro del palazzo ed era di pertinenza dello stesso, viene chiamata ancora oggi da molti lucchesi “Corte del Papa”.
        La nobile famiglia degli Allucingoli, che era originaria della vicina contrada di Lunata, oltre al papa ha annoverato anche due cardinali (entrambi nominati da Lucio III): Gherardo, cardinale diacono di S. Adriano, e Uberto, cardinale prete del titolo di S. Lorenzo in Damaso;ma poi si è estinta nel corso dei secoli.
        Ubaldo Allucingoli nacque a Lucca verso la fine dell’undicesimo secolo, nel 1097 secondo alcuni storici. Entrato molto giovane nell’ordine monastico dei Cistercensi, nel 1138 fu ordinato da papa Innocenzo II cardinale diacono di Sant’Adriano e, tre anni dopo, cardinale prete di Santa Prassede ed inviato in Francia col titolo di legato pontificio. Nel 1158 papa Adriana IV lo nominò cardinale vescovo di Ostia e Velletri.
        Durante il lungo papato di Alessandro III divenne uno dei cardinali più influenti e capeggiò la delegazione pontificia in difficili missioni presso la corte di Federico Barbarossa, che ebbe a stimarlo moltissimo.
        Alla morte di Alessandro III, avvenuta il 30 agosto 1181, i cardinali, riuniti nella cattedrale di Velletri, lo elessero papa il giorno successivo. Ubaldo Allucingoli, che aveva già superato gli ottant’anni di età, un’enormità per i suoi tempi, fu consacrato il 6 settembre del 1181 ed assunse il nome di Lucio III.
        Visse a Roma solo pochissimi mesi. I contrasti con la città, che si era proclamata libero Comune e che lui naturalmente non volle mai riconoscere, lo costrinsero a trascorrere in esilio, principalmente a Velletri, Anagni e Verona, tutto il resto del suo pontificato.
        Chiuso nel castello di Segni, mandò a chiamare dalla sua Tuscia Cristiano di Magonza, vicario dell’imperatore Federico Barbarossa, perché lo difendesse con le sue truppe dagli attacchi dei romani. Cristiano sconfisse i romani, ma più tardi morì a Tuscolo colpito da una febbre maligna. Allora i romani, dopo aver messo a ferro e fuoco tutto il territorio circostante, tornarono ad attaccare il castello del papa. “Il loro odio contro il clero – scrive lo storico tedesco Ferdinand Gregorovius nella sua “Storia della città di Roma nel Medioevo” - era selvaggio e barbarico. Una volta catturarono un certo numero di preti nella campagna, li accecarono tutti salvo uno, li fecero montare su degli asini e, dopo averli incappucciati con mitre e pergamene su cui erano scritte nomi di cardinali, comandarono a quello che avevano risparmiato di condurre al papa questo macabro corteo”.
        Era la fine dell’estate del 1183. Il pontefice riuscì a fuggire a Verona, dove si trovava anche l’imperatore, che solo un paio di mesi prima, il 25 giugno, aveva sottoscritto la Pace di Costanza, concedendo ampia autonomia ai Comuni della Lega Lombarda.
        Tra Lucio III e Federico Barbarossa nacquero presto molte controversie. Da quella relativa all’eredità della Contessa Matilde di Canossa, i cui diritti, reclamati dal papa, l’imperatore non volle riconoscere, alla regolarizzazione, desiderata dal Barbarossa, dei vescovi tedeschi eletti durante lo scisma, in particolare per la sede dell’importantissima città di Treviri, che il pontefice rifiutò di concedere;dall’indisponibilità dell’imperatore ad aiutare il papa con le armi contro i romani, al rifiuto di Lucio Terzo di incoronare Enrico, figlio del Barbarossa, essendo questi ancora in vita, ritenendo incompatibile l’esistenza contemporanea di due imperatori.
        Nel 1184, presente l’imperatore, Lucio III indisse il concilio di Verona e, dopo aver scomunicato tutti gli eretici (Catari o Albigesi, Patarini, Valdesi e Arnaldisti) e i loro sostenitori, concesse ai vescovi il potere di “inquirere” gli eretici anche in futuro, ponendo le fondamenta di quella che sarebbe diventata la Santa Inquisizione.
        Federico Barbarossa tornò in Germania e annunciò il fidanzamento tra il figlio diciottenne Enrico e la trentenne Costanza d’Altavilla, figlia di Ruggero II di Sicilia. Quel legame, molto temuto dal papa, avrebbe portato ad ampliare notevolmente l’impero e a stritolare da nord e da sud lo Stato della Chiesa.
        I contrasti divennero allora insanabili e portarono alla rottura dei rapporti tra il papato e l’impero.
        Nel 1185, accogliendo gli appelli del giovane re di Gerusalemme Baldovino IV d’Angiò, minacciato da Saladino, il pontefice cominciò anche i preparativi per la Terza Crociata, ma non riuscì a completarli.
        Prima di morire, innalzò agli onori degli altari il cavaliere ed eremita senese Galgano Guidotti, dopo aver fatto portare a termine dal cardinale Conrad di Wittelsbach la “prima causa canonica” della storia della chiesa.
        Lucio III morì a Verona il 25 novembre del 1185 e fu sepolto nel duomo di quella città.
 
  • Publicado: 5.11.2006 GMT
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